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Il dopoguerra e la ricostruzione

 
 L\'architetto romano Mario Ridolfi (1904-1984).

L'architetto romano Mario Ridolfi (1904-1984).

 
 

Il nuovo linguaggio dell'architettura per la collettività

Dopo la guerra, negli anni che vanno dal 1945 alla fine del decennio successivo, si verifica una vasta mobilitazione dell'intero Paese per l'opera di ricostruzione. La cultura architettonica, ancora pienamente attiva nel suo dibattito interno, viene investita del ruolo di ricomporre l'immagine di un Paese sconvolto dal conflitto.
La rinascita nazionale viene celebrata nell'architettura tramite la ricerca di valori genuini, come si vede già nel 1944, nel progetto per il mausoleo delle Fosse Ardeatine (Nello Aprile, Cino Calcaprina, Aldo Cardelli, Mario Fiorentino, Giuseppe Perugini), attraverso il quale i giovanissimi interpreti rievocano uno spirito assolutamente rinnovato che esprime un'esplicita rinuncia alle forme magniloquenti del regime, come a tutto il suo apparato simbolico e scenografico. L'architettura degli anni Quaranta e Cinquanta risulta pertanto intimamente attraversata da uno spirito populista, tesa a identificarsi con lo sforzo sociale della rinascita dall'indigenza e dall'umiliazione della guerra. Il programma edilizio delle amministrazioni del resto è radicalmente variato e prevede in maniera cospicua la realizzazione di vasti quartieri residenziali popolari alle periferie delle grandi città, la riqualificazione di aree depresse, il ripristino di strutture pubbliche e di servizio1. In questo senso assume una funzione di manifesto ideale il concorso per la stazione ferroviaria di Roma Termini del 1947, nel quale si propongono le nuove forme di un'architettura tesa all'innovazione e alla celebrazione della collettività in netto contrasto con lo spirito del passato. Mario Ridolfi, nello storico volume n° 6 de «La Casa», scrive come, anche nei limiti delle scelte imposte dall'architettura del regime, i grandi architetti, Figini e Pollini e Libera, nell'esperienza dell'E42 abbiano «detto quello che hanno potuto dire, di contrabbando»2 e al contempo esprime un'autocritica per tutti coloro che nel regime hanno lavorato pur non condividendo il messaggio architettonico che questo esprimeva. Lo stesso sentimento doveva provare Adalberto Libera che nel dopoguerra si ridimensiona al ruolo di dirigente dell'ufficio tecnico dell'istituto Ina-casa, per il quale redige i libretti di Suggerimenti e norme, riducendo la sua attività progettuale a pochissime occasioni, in primis per "l'unità d'abitazione orizzontale al Tuscolano".
 

 
 
 Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl, edifici a torre Ina Assicurazioni, Roma 1949-1955.

Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl, edifici a torre Ina Assicurazioni, Roma 1949-1955.

 
 

L'architettura organica e il dibattito sulla casa popolare e la forma della città

Si ritrova ancora una volta lo scollamento tra le esigenze della politica e la cultura architettonica, seppure in forme diverse. I principi dell'architettura organica, dopo l'esperienza dell'esilio americano, sono promulgati da Bruno Zevi nell'accademia romana tramite l'Apao (Associazione per l'architettura organica), ma trovano eco nella rivista milanese «Politecnico» e in «Metron». All'intenzione di costituire un pensiero tecnico e intellettuale che agisca unitariamente per creare attraverso «un'architettura sociale, tecnica e artistica allo stesso tempo […] l'ambiente per una nuova civiltà democratica»3 non corrisponde un'esperienza urbanistica complessiva, quanto piuttosto un quadro metafisico di principi che trovano applicazione soltanto alla scala del fabbricato, senza investire il sistema urbano.
Il programma edificatorio dell'Ina-casa (costituito con legge Fanfani del 28 febbraio 1949), prevede l'edificazione di grandi quartieri residenziali, sui quali la sperimentazione dell'architettura organica offre inattesi riscontri proprio da parte di autori come Mario Ridolfi, che nel quartiere di case a torre in viale Etiopia a Roma (con Wolfgang Frankl, 1949-1955) sperimenta il «valore comunicativo autonomo del linguaggio architettonico» proveniente dalla tradizione, dalla forma dell'architettura minore e vernacolare che nella sua idea di "architettura" deve caratterizzare l'architettura del popolo, fin quasi a «rinunciare al progetto» per dedicarsi prevalentemente alla ricerca tecnologica «artigianale»4. Non è mutata, nel dopoguerra, la funzione sociale dell'architettura come volano per l'occupazione, né Ridolfi dimentica la lezione di Adolf Loos, per cui l'architetto è un «muratore che ha studiato il latino», e caratterizzerà le sue opere per l'Ina-casa sulla base degli studi sulla forma e sulla dimensione degli spazi a misura d'uomo che aveva già intrapreso con l'edilizia delle case e delle villette degli anni Trenta (si ricorda qui la Palazzina Rea a Roma) e con la redazione, per il Cnr, del Manuale dell'Architetto, a partire proprio dal 1945, quasi ad istruire i successivi operatori d’architettura sul modo e le forme della ricostruzione.

 

 
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