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L'architettura del Fascismo

 
 La "Tavola degli Orrori", Roma, Pier Maria Bardi, 1931.

La "Tavola degli Orrori", Roma, Pier Maria Bardi, 1931.

 
 

Il sistema urbano della città fascista

La cultura urbanistica italiana si accosta, negli anni del Fascismo, alla scuola tedesca dello Städtebau (costruzione della città) canonizzata dal testo di Camillo Sitte1, cui si aggiunge (anche ad opera di Giovannoni e Piacentini) una connotazione estetica; d'altro canto non trova accoglienza in Italia l'esperienza inglese Townplanning, più interessato alle strutture sociali e all'efficienza che non alla costruzione di una forma urbana, se non ai margini delle grandi città con i satelliti delle città giardino di Roma, Garbatella e Monte Sacro o in rari casi di industrializzazione illuminata come per il villaggio Solvay di Rosignano Marittimo (LI).
«Comunque l'idea di fondo rimane quella della città monocentrica e compatta, con densità discrete: tali sono i caratteri della città italiana che si vogliono mantenere e di fatto non esistono, in gran parte dell'Italia, massicce concentrazioni industriali da decentrare»2

Vecchie città ed edilizia nuova, riprendendo il titolo degli scritti di Giovannoni del 1913 raccolti [ed ampliati] nell'omonimo libro del 1931, «sono realtà che devono bilanciarsi tra loro […]; alla nostalgia di una città di cui si vogliono preservare mitici "valori" sociali ed ambientali si accompagna la necessità di predisporre soluzioni funzionali allo sviluppo»3.
L'ipotesi giovannoniana del diradamento che dovrebbe "ripulire ed igienizzare" discretamente i centri storici, conservandone le qualità ambientali e formali, sembra la via più economica ed efficace per la riqualificazione. Si susseguono l'esperienza di Brescia, il cui nuovo Piano regolatore nel 1928 era stato affidato direttamente a Marcello Piacentini, primo architetto dello Stato fascista, e l'esperienza di Bari condotta da Concezio Petrucci a partire dal 19314.
I temi dell'urbanistica, così come si vanno affermando alla fine degli anni Venti, cercano una risposta all'esigenza di organizzare il territorio tra crescita urbana, sviluppo e conservazione. Nel 1916 Piacentini aveva scritto «Lasciamo la città vecchia così come si trova e sviluppiamo altrove la nuova», riferendosi alla vicenda di Roma, ove invece la teoria della scuola di architettura deve di necessità lasciare il passo alle esigenze della rappresentanza politica.
 

 
 
 Palazzo del Governo di Terni, Cesare Bazzani, 1930-1936. Veduta notturna dell\'edificio e della piazza antistante.

Palazzo del Governo di Terni, Cesare Bazzani, 1930-1936. Veduta notturna dell'edificio e della piazza antistante.

 
 

Il programma edilizio del Fascismo e l'eredità del Modernismo

I programmi edilizi promossi dal Fascismo con tempi di realizzazione propagandistici, anche al fine di utilizzare la produzione edilizia come volano per l'economia nazionale, devono riportare in ogni provincia l'immagine del governo centrale. Nasce in questo senso un "Movimento moderno" dell'architettura, erede dell'impostazione giovannoniana. Un fulgido esempio ne è il Palazzo del Governo di Terni di Cesare Bazzani (1930-1936).
Un'importanza cruciale, in questo dibattito, rivestiranno le nascenti riviste di architettura, con particolare riferimento a «Domus» di Giò Ponti e «La casa bella» di Guido Marangoni, ambedue fondate nel 1928 e che accompagneranno e guideranno lo sviluppo del linguaggio architettonico nazionale spesso in contrasto con il Regime.
Sono gli anni in cui il linguaggio della propaganda fascista cerca legittimazione nella Esposizione italiana di architettura del 1931 dove, dopo un decennio di architettura "modernista", Pier Maria Bardi presenta la sua Tavola degli orrori (collage delle opere di Marcello Piacentini, Armando Brasini, Cesare Bazzani e altri - vedi immagine in alto a sinistra)5.
Il dibattito architettonico vive un fortissimo scontro tra i giovani milanesi del Gruppo 7 (Libera, Terragni, Figini, Pollini, Rava, Frette, Larco e Castagnoli) e il MIAR (Movimento italiano di architettura razionale) da un lato, che tentano di traslare in Italia lo stile internazionale della scuola francese di Le Corbusier e dello Staatliches Bauhaus di Walter Gropius, e le istanze conservazioniste dell'architettura del Regime dall'altro.
Con i grandi concorsi del 1932 per le Poste centrali, e del 1937 per le grandi centralità urbane romane dell'università La Sapienza e dell'E42 si scioglierà il dibattito trovando il giusto spazio per le esigenze dell'architettura propagandistica nel linguaggio dell'architettura razionale, autarchicamente mondata dei suoi connotati esterofili6. Questa ondata di innovazione si riverbera da Roma in tutte le architetture di rappresentanza del Regime. Già nella Stazione marittima, di Trieste (Umberto Nordio, 1926-1930) si legge una fase di passaggio che affianca alla monumentalità dell'ordine gigante di paraste dell'architettura di Regime, un inquadramento astilo ed ampie specchiature vetrate, memori della lezione mitteleuropea di Paul Bonatz.
 

Le città di fondazione

Numerosissimi sono i progetti per il rinnovamento urbano delle grandi città italiane, in primis i piani del 1931 per Roma proposti dal Gruppo urbanisti romani capeggiato da Piacentini e dal gruppo della Burbera, guidato da Giovannoni, che affianca ad un programma per l'espansione di stampo razionale, un piano di ampi stravolgimenti per la monumentalizzazione del centro storico.
Forse l'ideologia urbana del Regime è più facilmente leggibile nell'esperienza delle città di fondazione. Nel programma politico populista del Fascismo rivestono un ruolo fondamentale le bonifiche che hanno riscontri binati nell'uso del territorio e nella sua infrastrutturazione fino all'edificazione (talvolta) di interi complessi urbani, quali, Littoria (oggi Latina), Guidonia, il cui piano regolatore generale venne elaborato tra il 1934 e il 1935 da Giorgio Calza Bini con Gino Cancellotti e Giuseppe Nicolosi, e Sabaudia, la cui pianificazione generale venne affidata a Luigi Piccinato nel 1932-1934. Sabaudia "perla del razionalismo" incarna pienamente lo spirito dell'epoca: la città di fondazione non ha il pregresso storico che ne definisce la forma urbana, si articola pertanto secondo i principi dell'urbanistica razionale, proponendo la forma pura del sistema interconnesso di "fulcri" sociali connessi da un cardo e da una successione di assi visuali e distributivi sul quale far spiccare, ad un cardine, la torre civica e, dall'altro, il campanile della Chiesa della Santissima Annunziata di Gino Cancellotti (1933-1935)7.


C. Sitte, Der Städtebau nach seinen künstlerischen Grundsätzen (La costruzione della città attraverso i suoi principi artistici), Vienna, 1889.
2  G. Ciucci, Gli architetti e il fascismo. Architettura e città, 1922-1944, Torino, Einaudi, 1989.
3  G. Ciucci, Gli architetti e il fascismo. Architettura e città, 1922-1944, Torino, Einaudi, 1989. 
4 L'architettura nelle città italiane del XX secolo: dagli anni Venti agli anni Ottanta, a cura di V. Franchetti Pardo, Roma, Jaca Book, 2003.
5 G. Ciucci e F. dal Co, Architettura italiana del Novecento, Milano, Electa, 1990.
6 G. Ciucci e F. dal Co, Architettura italiana del Novecento, Milano, Electa, 1990. 
7 Metafisica costruita: le città di fondazione degli anni Trenta dall'Italia all'Oltremare: dagli archivi storici del Touring club italiano e dell'Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente e dai fondi locali, a cura di R. Besana, C. F. Carli, L. Devoti, L. Prisco, Milano, Touring club italiano, 2002.